C’era una volta una paesana di nome Ciunna, che abitava in cima al Borgo. Portava delle foglie di granturco in mezzo ai capelli e la parnanza, il grembiule, legata con i vinci, i rametti flessibili di salice.
Poverina, aveva un occhio di vetro. I paesani raccontavano che calzava un paio di stivaletti che, sui sampietrini del Borgo, suonavano come dei coppi. E aveva una mano rovinata, piena di cicatrici, perché era stata morsa dal maiale. Alla faccia del marito, che di mestiere faceva il calzolaio.
Ciunna vestiva malandata, però quando camminava lungo il Borgo aveva le fattezze di una fata. I passeri le volavano intorno e si posavano sul ciuffo di foglie tra i capelli, dove rimediavano sempre qualche chicco; poi saltavano sul seno e frugavano, trovando altri chicchi.
E Ciunna era contenta, e si dimenticava del calzolaio.
